venerdì 9 luglio 2004

A volte l'uomo inciampa nella verità, ma nella maggior parte dei casi si rialzerà e continuerà per la sua strada. Churchill


Non posso non aggiornare il post con questa bella notizia sempre trovata sull'ANSA:


SI' DEFINITIVO DEL SENATO: CARCERE PER CHI ABBANDONA I CANI
ROMA - Giro di vite sull'abbandono degli animali domestici da parte di padroni insensibili. Con la nuova legge approvata in via definitiva dal Senato, chiunque abbandonera' il proprio cane sul ciglio della strada prima di partire per le vacanze, rischiera' di finire in carcere.
L'abbandono di animali diventa infatti un vero e proprio reato per il quale si prevede anche l'arresto. La legge punisce tutti i casi di morte di animali per crudelta' o senza necessita' ma anche le torture e la sottomissione degli animali a lavori intollerabili. Fuorilegge le sevizie, i combattimenti e le competizioni non autorizzate tra animali.

mercoledì 7 luglio 2004

Il copia/incolla è molto utile. Uno degli optional del computer. Mi ritrovo spesso ad usare questa formula per lavoro, soprattutto sotto bilancio. E' utile, veloce... Fa risparmiare tempo, fatica. E' comprensibile usare un accessorio che permette di risparmiare tempo. Ma vale solo per il lavoro. Con le persone il tempo bisogna investirlo, e bene.
Ebbene si, anche il copia/incolla ha un ma. Una falla. Un difetto. Non si può usare con le persone... le persone se ne accorgono. Mica sono programmate da un uomo.

A chi è interessato ad approfondire quanto ci viene "elargito" dai media, e soffermarsi anche sull'altra famosa "campana" segnalo una foto e un post decisamente illuminante. Al giorno 5 luglio su www.giannidemartino.splinder.com
Lo so che è più facile accontentarsi e abbeversarsi a quello che la tv e i giornali ci propinano, ma ogni tanto cerchiamo di approfondire e non dare sempre ragione ai "soliti" cattivi.

martedì 6 luglio 2004

Sto guardando lo stagista. Sta fissando il monitor con il mento appoggiato sulle mani, gomiti sul tavolo... sguardo perso oltre il vuoto del vuoto monitor... si starà sicuramente domandando: "ma io che ci faccio qui?" e poi sicuramente si starà chiedendo: "vado a scuola, studio, mi diplomo forse farò l'università per finire in ufficio così? Il fine di tutto è questo?". Se lo sta domandando lui o me lo sto domandando io. E' tutto qui!?

sabato 3 luglio 2004

“Abbiamo bisogno di tutti per combattere i sionisti e cacciarli dalla Palestina”, continua il padrone di casa. “Li distruggeremo dal primo all’ultimo, perché noi siamo pronti a morire, mentre loro non vorranno più morire per questa terra. Quando tutte le famiglie israeliane avranno perso dei figli in un attentato o nell’esercito, si demoralizzeranno e se ne andranno, è inevitabile!”


Non ho più voglia di ridere. Divento seria. La situazione non ha niente né della commedia né del semplice malinteso. Si tratta di un odio viscerale capace di indurre questa gente a fare qualsiasi cosa. Mi rendo conto che le vacanze per me sono finite, che una parte della mia giovinezza spensierata se n’è andata per sempre. Lentamente, inizio a formulare domande più complete, cercando di localizzare chi, tra il pubblico, potrebbe darsi al terrorismo. La formazione che ho ricevuto trova il suo naturale campo di applicazione.


Il giorno dopo mi portano vicino agli sbarramenti israeliani, all’uscita del campo. I figli della famiglia raggiungono i bambini e i ragazzini che infastidiscono i soldati, lanciando pietre o bruciando pneumatici per bloccare le strade.  Osservo i loro movimenti a distanza, con il resto dei “manifestanti” che aspettano il loro turno per entrare in scena.


A un certo punto la mia guida guarda l’orologio e si scusa: “fra poco arrivano i giornalisti. Ti lascio, devo farli mettere in posizione”.


- “In che senso?”


- “Li abbiamo avvertiti, ci fanno un servizio. Sai, in mancanza di carri armati usiamo il quarto potere. Gli diamo quello che vogliono e in compenso otteniamo la riconoscenza del mondo intero. Ma dobbiamo posizionarli in modo che possano scattare delle belle foto senza correre rischi. Altrimenti chissà dove si metterebbero. Tu resta qui, hai una buona visuale. Torno fra mezz’ora”.


Accanto a me un ragazzo saltella tutto eccitato, alzando le braccia al cielo. Anzi, dovrei dire il braccio, perché dell’altro è rimasto solo un moncherino. Lo interrogo: “come ti sei ferito?”.


- “Lanciando esplosivi contro i soldati”, risponde con fierezza. “Me ne è scoppiato uno in mano”.


Uno scempio inutile, di fronte al quale posso solo protestare: “altro che pietre! Che cavolo ci facevi con degli esplosivi?”


Lui mi guarda, stupito: “partecipavo alla lotta… e per di più mi hanno pagato”.


Questa non la sapevo. “Ti hanno pagato? E quanto?”.


“Cinque nis (circa un euro). Le pietre non le pagano. E’ meglio con gli esplosivi”.


“E avere due braccia intere è ancora meglio!”.


Scuote la testa: “chi se ne frega? Continuerò a lottare fino alla morte. Se Allah lo vorrà, diventerò anch’io un martire. Guarda, ecco i giornalisti. Io vado!”.


Cerco di trattenerlo. “Cosa? con quel braccio?”


“Certo. Gli ho detto che è stata una bomba israeliana. Vieni, te li presento, li conosco tutti. Potrai parlarci anche tu”.


“No”, faccio io, scuotendo la testa. “Non mi va di essere ripresa”.


“Come preferisci”, risponde, indifferente, prima di allontanarsi di corsa,  senza più badare a me. Per strada si arrotola la manica della camicia per scoprire il braccio mutilato. Si precipita in prima fila, raccoglie una pietra e la lancia. I flash crepitano.


Davanti a loro i soldati sanno che una volta cominciato lo spettacolo è meglio mantenere la calma. Interverranno solo se la situazione precipita, scoraggiando i “manifestanti” nel modo più efficace e più rapido possibile. Per il momento non è necessario, quindi aspettano, rispondendo con parsimonia per evitare che il fronte guadagni terreno. Non vogliono stare al gioco dei reporter, sempre in cerca delle stesse scene stereotipate.


“Ma cosa fanno?” borbotta uno dei sobillatori che osserva la sommossa, vicino a me. “Così ci addormentiamo e i giornalisti se ne andranno”.


Lancia un’occhiata in giro e scova un ragazzino che aspetta, sfaccendato.


“Ehi tu!” lo apostrofa. “Cosa diavolo fai lì impalato? Vai a movimentare un po’ la scena. Avanti, datti una mossa!”


Il giovane non se lo fa ripetere due volte. Si avvolge la kefiah intorno alla testa, prende una bomba molotov e la tira contro i soldati.


Stavolta la soglia di tolleranza è superata. La risposta israeliana è immediata. I bambini si mettono al riparo. Un’ambulanza palestinese arriva a sirene spiegate. Alcuni adulti si precipitano a soccorrere un bambino caduto. Fanno ampi gesti ai soldati per dire di non sparare, che stanno recuperando un ferito. Nel frattempo altri estraggono le armi di cui era piena l’ambulanza, sistemandovi poi il bambino. Non è ferito, ma le immagini non lo dicono. I ragazzi più grandi prendono il posto dei bambini e aprono il fuoco. Inizia un combattimento serio.


Il supervisore continua a dirigere la scena, si rivolge ai giovani che lo circondano, impazienti di entrare in azione, e li manda uno per volta a sistemare le posizioni dei giornalisti o a svolgere compiti “che creino atmosfera”.


“Dov’è Samir? Aspettiamo con i pneumatici, il fumo impedirebbe le riprese.”


Gli spari si intensificano. I giornalisti corrono al riparo.


“Sparano troppo”, si lamenta di nuovo il regista. “Così i giornalisti non possono più filmare. Chiedigli di sparare un po’ meno”, dice a un altro dei galoppini, che parte subito a riferire l’ordine.


I colpi diminuiscono, gli israeliani continuano ad avanzare con l’intenzione di sgomberare definitivamente le strade. I bambini trascinano i pneumatici in mezzo alla carreggiata e poi scappano. Gli altri, coperti da bombe molotov, appiccano gli incendi. L’avanzata dei soldati viene bloccata. Ricomincia la guerra delle pietre e i giornalisti si rimettono a filmare.


“Così è perfetto” commenta il sobillatore palestinese con aria compiaciuta.


Vedendo che i giornalisti iniziano a ripiegare, fa segno alle sue truppe di imitarli. Gli israeliani inviano le autocisterne per spegnere gli incendi.


“Basta così, ce ne andiamo”, mi spiega. “Hanno avuto quel che volevano. Oggi pomeriggio abbiamo fatto proprio un ottimo lavoro”, aggiunge con un sorriso soddisfatto.


Tratto da “Ho dovuto uccidere” di Nima Zamar.

venerdì 2 luglio 2004

Ho letto un'ottima intervista fatta a Clemente J. Mimum. Trascrivo le due domande con relative risposte che mi hanno particolarmente incuriosito. Il tutto tratto dal settimanale Panorama.


Domanda. Basta pensare al caso Gruber: quanti articoli sui giornali...
Risposta. Non ho mai avuto alcun contrasto con lei, nessuna discussione: è sempre stata sostenuta dal Tg1, ci ha raccontato per decenni che la politica doveva stare lontana dalla Rai e i giornalisti pure. Trattava con la Rai per un avanzamento di carriera e, contemporaneamente, con la Sky. Ora è eurodeputata. Non è da lei che accetto lezioni, adesso è un problema di chi l'ha candidata.


Dopo aver toccato l'argomento carta stampata e "L'Unità" e "La Repubblica". Afferma:
Sarebbe interessante parlare di un giornale che passa da Antonio Gramsci a Furio Colombo. Il primo è nella storia, ha conosciuto e patito le galere fasciste, l'altro è molto noto nei quartieri alti di Manhattan e nei salotti buoni di Roma. Un vero "comunista".

giovedì 1 luglio 2004

Ho sentito una frase che mi ha colpito e come sempre... carta e penna a portata di mano me la sono segnata. E' tratta da una serie di telefilm che apprezzo molto. La frase è la seguente:

"Se penso a quello che non ho mi arrabbio. Se penso a quello che ho mi spavento" Billy Thomas da "Ally Mcbeal"


Comunicazione di servizio: dal 30 settembre 2004 per leggere i blog di Splinder bisognerà cambiare l'estensione it con com. Esempio: www.endor.splinder.com