“Abbiamo bisogno di tutti per combattere i sionisti e cacciarli dalla Palestina”, continua il padrone di casa. “Li distruggeremo dal primo all’ultimo, perché noi siamo pronti a morire, mentre loro non vorranno più morire per questa terra. Quando tutte le famiglie israeliane avranno perso dei figli in un attentato o nell’esercito, si demoralizzeranno e se ne andranno, è inevitabile!”
Non ho più voglia di ridere. Divento seria. La situazione non ha niente né della commedia né del semplice malinteso. Si tratta di un odio viscerale capace di indurre questa gente a fare qualsiasi cosa. Mi rendo conto che le vacanze per me sono finite, che una parte della mia giovinezza spensierata se n’è andata per sempre. Lentamente, inizio a formulare domande più complete, cercando di localizzare chi, tra il pubblico, potrebbe darsi al terrorismo. La formazione che ho ricevuto trova il suo naturale campo di applicazione.
Il giorno dopo mi portano vicino agli sbarramenti israeliani, all’uscita del campo. I figli della famiglia raggiungono i bambini e i ragazzini che infastidiscono i soldati, lanciando pietre o bruciando pneumatici per bloccare le strade. Osservo i loro movimenti a distanza, con il resto dei “manifestanti” che aspettano il loro turno per entrare in scena.
A un certo punto la mia guida guarda l’orologio e si scusa: “fra poco arrivano i giornalisti. Ti lascio, devo farli mettere in posizione”.
- “In che senso?”
- “Li abbiamo avvertiti, ci fanno un servizio. Sai, in mancanza di carri armati usiamo il quarto potere. Gli diamo quello che vogliono e in compenso otteniamo la riconoscenza del mondo intero. Ma dobbiamo posizionarli in modo che possano scattare delle belle foto senza correre rischi. Altrimenti chissà dove si metterebbero. Tu resta qui, hai una buona visuale. Torno fra mezz’ora”.
Accanto a me un ragazzo saltella tutto eccitato, alzando le braccia al cielo. Anzi, dovrei dire il braccio, perché dell’altro è rimasto solo un moncherino. Lo interrogo: “come ti sei ferito?”.
- “Lanciando esplosivi contro i soldati”, risponde con fierezza. “Me ne è scoppiato uno in mano”.
Uno scempio inutile, di fronte al quale posso solo protestare: “altro che pietre! Che cavolo ci facevi con degli esplosivi?”
Lui mi guarda, stupito: “partecipavo alla lotta… e per di più mi hanno pagato”.
Questa non la sapevo. “Ti hanno pagato? E quanto?”.
“Cinque nis (circa un euro). Le pietre non le pagano. E’ meglio con gli esplosivi”.
“E avere due braccia intere è ancora meglio!”.
Scuote la testa: “chi se ne frega? Continuerò a lottare fino alla morte. Se Allah lo vorrà, diventerò anch’io un martire. Guarda, ecco i giornalisti. Io vado!”.
Cerco di trattenerlo. “Cosa? con quel braccio?”
“Certo. Gli ho detto che è stata una bomba israeliana. Vieni, te li presento, li conosco tutti. Potrai parlarci anche tu”.
“No”, faccio io, scuotendo la testa. “Non mi va di essere ripresa”.
“Come preferisci”, risponde, indifferente, prima di allontanarsi di corsa, senza più badare a me. Per strada si arrotola la manica della camicia per scoprire il braccio mutilato. Si precipita in prima fila, raccoglie una pietra e la lancia. I flash crepitano.
Davanti a loro i soldati sanno che una volta cominciato lo spettacolo è meglio mantenere la calma. Interverranno solo se la situazione precipita, scoraggiando i “manifestanti” nel modo più efficace e più rapido possibile. Per il momento non è necessario, quindi aspettano, rispondendo con parsimonia per evitare che il fronte guadagni terreno. Non vogliono stare al gioco dei reporter, sempre in cerca delle stesse scene stereotipate.
“Ma cosa fanno?” borbotta uno dei sobillatori che osserva la sommossa, vicino a me. “Così ci addormentiamo e i giornalisti se ne andranno”.
Lancia un’occhiata in giro e scova un ragazzino che aspetta, sfaccendato.
“Ehi tu!” lo apostrofa. “Cosa diavolo fai lì impalato? Vai a movimentare un po’ la scena. Avanti, datti una mossa!”
Il giovane non se lo fa ripetere due volte. Si avvolge la kefiah intorno alla testa, prende una bomba molotov e la tira contro i soldati.
Stavolta la soglia di tolleranza è superata. La risposta israeliana è immediata. I bambini si mettono al riparo. Un’ambulanza palestinese arriva a sirene spiegate. Alcuni adulti si precipitano a soccorrere un bambino caduto. Fanno ampi gesti ai soldati per dire di non sparare, che stanno recuperando un ferito. Nel frattempo altri estraggono le armi di cui era piena l’ambulanza, sistemandovi poi il bambino. Non è ferito, ma le immagini non lo dicono. I ragazzi più grandi prendono il posto dei bambini e aprono il fuoco. Inizia un combattimento serio.
Il supervisore continua a dirigere la scena, si rivolge ai giovani che lo circondano, impazienti di entrare in azione, e li manda uno per volta a sistemare le posizioni dei giornalisti o a svolgere compiti “che creino atmosfera”.
“Dov’è Samir? Aspettiamo con i pneumatici, il fumo impedirebbe le riprese.”
Gli spari si intensificano. I giornalisti corrono al riparo.
“Sparano troppo”, si lamenta di nuovo il regista. “Così i giornalisti non possono più filmare. Chiedigli di sparare un po’ meno”, dice a un altro dei galoppini, che parte subito a riferire l’ordine.
I colpi diminuiscono, gli israeliani continuano ad avanzare con l’intenzione di sgomberare definitivamente le strade. I bambini trascinano i pneumatici in mezzo alla carreggiata e poi scappano. Gli altri, coperti da bombe molotov, appiccano gli incendi. L’avanzata dei soldati viene bloccata. Ricomincia la guerra delle pietre e i giornalisti si rimettono a filmare.
“Così è perfetto” commenta il sobillatore palestinese con aria compiaciuta.
Vedendo che i giornalisti iniziano a ripiegare, fa segno alle sue truppe di imitarli. Gli israeliani inviano le autocisterne per spegnere gli incendi.
“Basta così, ce ne andiamo”, mi spiega. “Hanno avuto quel che volevano. Oggi pomeriggio abbiamo fatto proprio un ottimo lavoro”, aggiunge con un sorriso soddisfatto.
Tratto da “Ho dovuto uccidere” di Nima Zamar.